Tra le innumerevoli vette musicali dell’opera ce n’è una che mi tocca particolarmente: il recitativo in cui Cesare sparge al vento le ceneri di Pompeo. Il momento di poesia più alto dell’opera: per un istante le parole diventano macigni e offrono una riflessione profonda sulla fragilità dell’umana condizione.
E allora, come miraggi di quel che sarà, ho voluto anticipare in scena, presentimenti lugubri, i destini tragici di Cesare e Cleopatra. Due tra le morti più iconografiche della storia. Lui pugnalato a tradimento, in Senato, sotto la grande statua di Pompeo, e lei morsa da un aspide, perduto Marco Antonio, per sfuggire all’umiliazione di doversi sottomettere a Ottaviano. Shakespeare fissò questi momenti di storia tramutandoli in alta poesia, ed ecco, allora, sopraggiungere nuovi omaggi al mondo shakespeariano.
L’apparizione di Cleopatra, travestita da Lidia, per ammaliare Cesare, si trasforma in un rimando alle fate e agli incantesimi del Sogno di una notte di mezza estate nella mitica scena in cui Titania, la regina delle fate, umiliata per incantesimo da Oberon, s’innamora perdutamente di un asino, a metafora dell’amore che acceca la ragione, e non siamo lontani dalla realtà, visto che Cicerone stesso scrisse che l’amore che legò Cesare alla regina d’Egitto contribuì in parte alla sua caduta. Per i contemporanei una strega capace di sottomettere i più grandi uomini di Roma facendo loro perdere la coscienza della propria statura, tanto che, dopo Cesare e Marco Antonio, pare che Ottaviano, trovatosi al fine in sua presenza, ne schivasse lo sguardo per paura d’esserne incantato!
Altro rimando è legato a Sesto e alla sua incapacità a trovar vendetta. Questo figlio terrorizzato dall’ombra d’un padre che l’esorta all’azione, ricorda l’enigmatico principe di Danimarca, Amleto, che nei pensieri può quel che non riesce negli atti.
Al personaggio di Cornelia si deve un posto speciale. Tale una Mater dolorosa porta in sé il carico di tutti i torti e le violenze subiti dalle donne nel corso dei secoli. Si erge nobile in difesa del fuoco della passione che, suo malgrado, ha suscitato in Achilla e Tolomeo, e che finirà per contrapporli precipitandoli.
Tolomeo aveva all’epoca dei fatti quindici anni, l’indiscussa immaturità storica si traduce in scena in un carattere instabile e collerico, frustrato e capriccioso, tanto da immaginare dei dottori al posto dei tutori. Il suo rapporto malato con il genere opposto si traduce in un harem in cui bambole e donne si confondono a metafora dell’oggettivazione del corpo femminile! Intrattiene con Cleopatra un rapporto quasi incestuoso, d’odio e d’amore, fratello e sorella, quasi un’unica entità, maschile e femminile, sposi, a cui il padre ha lasciato in testamento un regno da governare insieme, re e regina si contendono in scena un lungo mantello dorato, simbolo della supremazia sull’Egitto che, tra dispute e tumulti, finiranno per strappare e dividere in due, come le fazioni che li contrappongono. Nella scena del Nilo, un mare di seta azzurra riempie lo spazio di placide onde le cui armonie preannunciano soavi cromatismi mozartiani…
In chiusura dell’opera, al termine del duetto d’amore tra Cesare e Cleopatra, tutti si ritrovano sulla scena… vivi e morti… attorno agli anonimi frammenti tramutatisi nel viso del vincitore: lenti, apatici, lasciano cadere al suolo il superfluo della materia che li contraddistinse e, svestito il peso del viaggio, ritornano al limbo delle anime, pronti per rianimarsi a nuovo fato.
L’ultimo a spegnersi è Cesare. Allora le Parche, raccolta la corona d’alloro dalla sua fronte, la ergono al cielo in attesa d’un nuovo eletto.
Nel finale l’Armonia trionfa, le luci si accendono e, carichi di migliori auspici, gli spettatori di uno dei capolavori operistici di tutti i tempi, sono esortati a riempire il loro cuore.